Claudia Muzio - documenti

LA DUSE DEL CANTO

 

La Storia, così ricca di avvenimenti, date e di nomi, non può naturalmente sfuggire a certe speciali leggi, generalmente attribuite al «caso». Infatti, nel corso di essa, si notano «combinazioni» di date e «incontri» che lasciano perplessi gli stessi studiosi, tanto da far pensare che, a volte, abbia influito su di esse «qualcuno» che è salito in Cielo prima di noi. Non è senza stupore che si rivela la nascita di un Bach, di un Händel e di un Alessandro Scarlatti: 1660 per tutti e tre (tre «padri» della musica); non è senza meraviglia che si leggono le rispettive date di morte e di nascita di Wolfango Amedeo Mozart e di Gioacchino Rossini: 1791 e 1792, quasi che il secondo anelasse a formare un anello di congiunzione con l'altro; non è senza sgranare tanto d'occhi che si constata la comune nascita, nel 1813, di Giuseppe Verdi e di Riccardo Wagner. Ebbene, se la divina Maria Malibran morì nel 1836, esattamente un secolo dopo Claudia Muzio chiudeva gli occhi per sempre. Due grandi artiste: forse le più grandi che abbiano esattamente operato a cento anni di distanza. 

 

Oggi ci è caro parlare di Claudia Muzio perché sono venti anni che l'artista non è più. Ricordo benissimo quella triste giornata del 24 maggio 1936 in cui si divulgò la notizia dell'improvvisa scomparsa della meravigliosa cantante. Fu un fulmine che lasciò, specialmente a Roma, una vivissima luce. La trovarono morta in un lussuoso albergo di via Veneto, dove l'artista usava prendere al­loggio. Nessuno avrebbe potuto immaginare una morte tanto repentina. Non aveva accusato mali eccessivi, aveva soltanto quarantasette anni (era nata a Pavia nel 1889) ed amava la sua arte senza limiti. Eppure se ne andò silenziosamente, senza disturbar nessuno, così come aveva vissuto. Lo ha rilevato recentemente anche il tenore Lauri-Volpi, che tenne l'artista sempre in altissima considerazione:

 

«Grande e felice artista sulla ribalta, quanto modesta e sventurata nella vita, uscì dalla scena del mondo in sordina con l'indice sulla bocca come per dire: Non vi muovete, restate, non disturbatevi per me ».

 

Sventurata nella vita. Sì, nonostante tutta la gloria, nonostante la sua bellezza, nonostante che avesse guadagnato somme eccezionali, non fu felice. Un succedersi di avvenimenti che non meritava, una incomprensione da parte di chi più le era vicino, un accanirsi di controversie che non riuscì ad evitare. Furono queste che la travolsero, soprattutto. Il suo cuore non poteva resistere, poiché lei sapeva dov'erano la bellezza e la bontà.

 

I suoi funerali si svolsero con larga partecipazione di popolo e di artisti: una cerimonia solenne e, soprattutto, commossa.

 

Si dice, ed è vero, che Claudia Muzio, nel pieno ful­gore della sua gloria (e dunque per l'intera vita, tolti gli ultimi anni in cui appariva un po' stanca), non portò ec­cessive variazioni nel suo canto. Una volta stabilita un'in­terpretazione, studiata, misurata, vagliata a mezzo di un'autocritica che non ammetteva concessioni, non si allontanava più da essa, tanto che ascoltando i dischi incisi per la Edison nel 1916 e quelli (sedici, in tutto) curati poco prima di morire - a parte le manchevolezze di una incisione di oltre venti anni fa e a parte il denun­ciato senso di stanchezza - si nota che lo stile resta sempre lo stesso. E questa è una delle più evidenti prove dell'arte somma di questa cantante.

 

Ma chi, come noi, ebbe più volte possibilità di ascol­tarla al Teatro dell’Opera di Roma, più che basarsi su di un’incisione - sempre manchevole perché falsato è il timbro che suono e voce manifestano a mezzo dell'altoparlante - preferisce rinnovare il ricordo della viva ascoltazione. E allora si dirà che l'impressione più forte, il ricordo più duraturo è quello dell'umanità di questa interprete. No, non fu la potenza della voce, non fu il fenomeno del virtuosismo del suo canto, ma fu la sua musicalità, il suo fervore cantabile, la forza espressiva che hanno lasciato negli ascoltatori una impressione in­delebile.

 

Cantare è dono di pochi: se ne ha la prova in questi esempi, in cui non si vuol credere che il melodramma fu scritto e vive tuttora per merito dei grandi interpreti. Togliete questi, e allora sarà giusto parlare di crisi del melodramma, di deperimento dell’opera lirica. La Muzio, che riteneva il canto non un mestiere, non un'attività a base di lucro, ma una vera e propria missione, conside­rava il cantare una necessità della sua anima. E se lo studio fu intenso fin dai primi anni, la percezione delle varie figure interpretate si tramutò in vero e proprio assillo, tanto che non usciva mai dal suo camerino senza aver prima « centrato », in cuor suo, il personaggio. Allora il suo ingresso in iscena acquistava quel senso di verità che investiva tutto il palcoscenico, tanto che, lei presente sulla ribalta, tutti gli altri interpreti quasi scomparivano. Dote musicale e teatrale; infatti, la stessa cosa si ebbe spesso modo di notarla con gli attori di prosa più grandi e più tipici: da Ermete Zacconi a Luigi Carini, da Annibale Ninchi fino a Ruggero Ruggeri. La Muzio era conscia di questa sua potenza e non mancava di trasfigurare le sue doti teatrali e sceniche in doti essenzialmente musi­cali, avvantaggiata, di già, dallo studio assiduo delle parti cantabili a lei affidate. La sua era dunque una nobile gara tra artista di canto e di scena. Di qui il completo fascino della sua prestazione. Fascino che tutti le hanno sempre riconosciuto: colleghi, impresari e pubblico.

 

Come artista di canto la Muzio assommava le più alte qualità. Che cosa è infatti il canto? È un suono vocale, modulato in armonia con l'idea ispiratrice dell'autore, con il clima voluto, con il significato del testo, con il valore e l'accento della parola. Ebbene la Muzio, can­tante ideale, ricreava lo stile dell'autore interpretato, senza mai anteporre all'espressione l'ostentazione di mezzi per­sonali o, peggio ancora, extra-artistici. Lo stile era sempre alla base delle sue espressioni artistiche, tanto che ella ben sapeva che esso poteva raggiungersi con l'intelligenza, la costanza e l'amore, vale a dire con quella penetrazione che rende l'artista interprete capace di uniformarsi alla volontà dell'autore.

 

Tra i nostri più vivi ricordi v'è la interpretazione di Santuzza. Claudia Muzio aveva compreso che questa popolana siciliana non è una creatura meschina, ma una donna forte, un animo sicuro di sè: donava perciò ad essa tutta la sua volontà, mantenendosi a giusto contatto tanto con il Verga quanto con il Mascagni. La sua aria Voi lo sapete o mamma acquistava un fascino tutto particolare, poiché gli atteggiamenti musicali, indubbiamente dram­matici e sorretti da una ispirazione bene appropriata, ac­quistavano un « verismo » che agghiacciava. Non era questo quello che desideravano i creatori di allora? Così, nel duetto con Turiddu e in quello con Alfio la donna non annullava la personalità degli altri due interpreti; si manteneva però in prima linea, perché sapeva che spet­tava a lei predominare. Nei momenti più intensi, nelle cadenze, la sua voce acquistava una forza difficile a im­maginarsi.

 

Così inaspettati erano i suoi «urli » alla chiusa del ci­tato atto mascagnano e nei due finali (terzo atto) della Manon Lescaut e dell’Andrea Chénier: abbiamo detto « urli », ma nel significato di grido forte, di grido incom­posto, cupo e lungo, di dolore, di rabbia o di gioia. Quello che desiderarono, appunto, Mascagni, Puccini e Giordano. Lo strazio di Santuzza e di Maddalena, la felicita di Manon non potevano essere meglio interpretati e il pubblico rimaneva come allibito dinanzi a tanto do­lore, a tanta verità di espressione. L'artista si rivelava anche in questi momenti risolutivi, così come appariva magnifica nelle vesti di Violetta, dando prova di un vir­tuosismo di straordinaria varietà: brillante e volubile nel primo atto, umana e drammatica nel secondo, tragica e appassionata nel terzo. Ascoltando la Muzio nel capo­lavoro verdiano si aveva l'impressione di riandare alle famose interpretazioni dell’Ottocento, quelle che amma­liarono lo stesso Verdi, fino al punto di provocare la sua ispirazione.

 

Molte notizie biografiche di questa artista sono andate perdute perché, spentasi improvvisamente, ben pochi si curarono poi del suo ricordo. Qualche rara amica, rima­sta volutamente in ombra, ne perpetua il ricordo, sia alimentando di fiori la tomba al Verano, sia facendo cele­brare, ogni 24 maggio, alcune Messe nella Chiesa dei Cappuccini in via Veneto, a Roma. Claudia Muzio aveva studiato con i maestri Casaloni, Viviani e Fugarzola e debuttò a ventitre anni (nel 1912, dunque) nel Teatro Petrarca di Arezzo, nella Manon di Jules Massenet. Quanto spesso i grandi artisti ricevono il loro battesimo in pro­vincia, in quei teatri, cioè, che vengono generalmente te­nuti in abbandono, ma che dovrebbero essere, invece, aiutati per il compimento di una missione che spesso è più spontanea e necessaria di quella affidata ai grandi teatri. Da Arezzo, la Muzio spiccò il volo per il mondo, contesa dai maggiori enti e dagli impresari più famosi.

 

Venne definita « la Duse del canto » e per comprendere l’altezza dell'elogio, bisogna tornare, con la memoria, alla stima che circondava la insigne interprete di prosa in­torno al 1915. E la Duse volle ascoltare la cantante-attrice proprio in quella Tosca che rappresentava uno dei lavori preferiti, grazie al senso teatrale di Vittoriano Sardou, alle platee di Francia e d'Italia. Eleonora Duse ascoltò e venne conquistata dall'attrice e dalla cantante, tanto che se ne uscì con una frase rimasta famosa: « Così si canta in Paradiso ». Altri, ascoltandola nella stessa opera pucciniana, non mancarono di fare un preciso avvicinamento fra lei e la celebre Sarah Bernhardt: altra lode ricca di significato, specialmente in quel tempo in cui le prescelte di D'Annunzio erano giustamente considerate i massimi esponenti del teatro drammatico. L'arte scenica della Muzio investiva tutta la persona, fino a sfumare nel mo­vimento delle mani e nei gesti più lievi. Il suo abbraccio della Croce, nel secondo atto della Forza del destino, do­veva trovare imitatrici numerose; la morte di Cecilia, protagonista dell'opera di Licinio Refice, era modellata sull'atteggiamento della famosa statua del Maderno che si ammira nella Basilica di Santa Cecilia, in Trastevere, a Roma.

 

Abbiamo così elencato varie sue interpretazioni, ma non vogliamo dimenticare quelle di Aida, Otello, Falstaff e specialmente di Norma ove commoveva fino al pianto. Ma non si era ristretta nel repertorio dell’Ottocento, amava anche i moderni e non mancò di studiare e di in­terpretare Melenis di Zandonai, L'amore dei tre re di Montemezzi, mentre di Refice avrebbe voluto interpre­tare, dopo Cecilia, anche Margherita da Cortona. Per rag­giungere questa sua ultima aspirazione, si era data ad uno studio senza sosta; ma inutilmente, che la morte la rapì prima che l'opera fosse ultimata.

 

Altro suo grande desiderio era quello di affrontare l'interpretazione di  Adriana Lecouvreur di Cilea. Anche per soddisfare questo ardente desiderio, lesse assiduamente testi storici e letterari, ma all'ultimo momento, a lei, venne preferita - uno dei tanti «misteri » che gravano sui teatri lirici un'artista straniera. - Anche questa fu una delle cause che gravarono sulla sua salute e sul suo animo. Ella con­cepiva l'arte, il mondo e gli uomini in modo tutto personale. Sui quarantacinque anni sentì che la sua arte, pur nulla perdendo dell'iniziale palpito, appariva un po' stanca. Cosa aveva scritto un giorno al padre (uno dei direttori di scena del Covent Garden) aprendo la sua anima?:  «Nel canto, e specialmente nell'opera o si trionfa o si perde». E aggiunse duramente: «Le cantanti mediocri sono detestabili».

 

Studiare era il punto prima della sua missione di artista. Studiava fino al momento di entrare in scena, nel suo camerino, cercando un isolamento che spesso non riusciva a raggiungere. Entrando in vista del pubblico, ella già viveva il suo personaggio, già apparteneva all'epoca rievocata dal librettista. Per questo il pubblico rimaneva colpito dalla sua presenza. Molte finzioni del teatro lirico, molte inverosimiglianze del melodramma cadevano a contatto con la sua persona, poiché tutto veniva vissuto da lei, tutto veniva da lei giustificato. Studio, studio e studio. Aveva  fatto suo il monito della Malibran:

«Quando sto un giorno senza studiare me ne accorgo io, quando sto due se ne accorge il pubblico».

 

Ma il pub­blico non ebbe mai di tali delusioni e chi la ricorda sa come quello studio gravasse beneficamente su tutte le sue interpretazioni, anche su quelle di non eccessivo ri­lievo come Maddalena in Andrea Chénier, dove il prota­gonista e Gérard sembra tentino di soffocare la giovane fanciulla con la generosità del loro canto e dei loro de­clamati.

 

Traviata è stata una delle sue maggiori interpretazioni e in Violetta la Muzio venne di recente ritratta dal pittore Raineri-Tenti in un quadro che il dott. Stefano Vittadini ha voluto intelligentemente accogliere nel Museo del Teatro alla Scala, seguendo un saggio piano di ag­giornamento, tuttora in atto, della preziosa raccolta. Il Vittadini ha voluto che la Muzio prendesse posto vicino al quadro di un altro grande, Enrico Caruso: ha fatto benissimo, poiché quelle due anime, nel silenzio della notte, avranno molte cose da dirsi.

 

Fu con sottoscrizione internazionale che venne eretta la tomba nel Verano di Roma, ideata dallo scultore Pietro Canonica. Su di essa si può leggere una scritta che dice precisamente: 

 

LA  SUA VOCE DIVINA

LE GENTI D'OGNI REMOTO PAESE

AMMALIÒ

MESSAGGERA DI GRAZIA

DI FORZA DI LUCE E D'ARTE

 

Di Claudia Muzio rimangono dischi non incisi, pur­troppo, con la perfezione dei mezzi di oggi. Ma soprattutto rimane un ricordo che non potrà essere cancellato e che noi dobbiamo tramandare ai nostri figli quale mi­rabile esempio di comprensione e di culto artistico.

 

 Mario Rinaldi

 

Tratto da  LA SCALA – RIVISTA DELL’OPERA  - ottobre 1956

numero 83

 

 A CLAUDIA MUZIO

NEL XXX ANNIVERSARIO DELLA MORTE

 

 

Scrivere su CLAUDIA MUZIO a trent’anni dalla Sua dipartita è come scegliere, fra un mazzo di bellissime rose, la migliore e la più profumata.

     Ed il compito, per quanto arduo - in questo momento ove l’Arte viene offesa dall’irruente e sfrenata incomprensione di urlatori smodati che si esibiscono sotto lo sguardo compiaciuto di pseudo- intenditori di musica. - serve da balsamo mu­sicale che l'istinto di esseri umani, sani di niente e di corpo, anelano sempre di poter godere.

     Uomini insigni, scrittori e giornalisti ricordaro­no Claudia Muzio con parole e scritti che ci per­mettono, ora, di presentare dopo trent'anni, un profilo della sua personalità e della Sua Arte.

     Chi era Claudia Muzio?

Una grande ed ineguagliabile Artista, una per­sona sensibilissima che ha donato la sua esistenza per sublimare ed elevare l'animo umano verso l'in­finito, per avvicinare l'umanità al divino, per inse­gnare che, oltre la nostra materiale esistenza, vi è un'altra che va al di la della nostra stessa vita.

     Claudia Muzio fu l'ultima unica cantante del melodramma italiano che nessuno ha potuto eguagliare. Essa e stata la più sublime cantante dell’Italia ha avuto in quell'epoca d'oro.

     Precisare il posto ed il rango occupali dalla Muzio, nella storia dell’Arte vocale, non è facile.

    Aveva ragione l'insigne Gabriella Besanzoni che la definì l’Unica e anche gli ammiratori di Rio de Janeiro che la chiamarono divina Claudia e così pure a Buenos Aires, la città che assieme a Roma, ma più di Roma, le resto fedele fino all'ultimo.

     Claudia Muzio nacque a Pavia il 7 febbraio 1889. Debuttò, al teatro “Petrarca” di Arezzo, il 15 gen­naio 1910, come protagonista nella “Manon” di Massenet.  Subito, dopo Arezzo, fu al teatro Dal Verme di Milano nel “Faust” e nei “Pagliacci” e, poi, (aprile 1912) al teatro Massimo di Pa­lermo per la prima esecuzione della “Baro­nessa di Carini” di Mulè ed, infine, tornò al Dal Verme ove interpreto stupendamente la “Manon” pucciniana. Allorché cantò nell’”Otello”, venne scritturata per la stagione 1912-13 al Teatro alla Scala ed al San Carlo di Napoli.

     Negli anni successivi tu al teatro Covent Gar­den di Londra, al Regio di Parma, alla Fe­nice di Venezia [Nota personale: Claudia Muzio non ha mai cantato alla Fenice di Venezia] indi, ancora, al Dal Verme (con i famosi “Pagliacci” con Caruso e Montesanto) sotto la direzione di Arturo Toscanini, per la stagione autunnale 1915, quindi al Carlo Fe­lice di Genova per la “Loreley” ed al Gran­de di Brescia per “Madame Sans-Gêne” ed in­fine, nel 1916, al Metropolitan di New York, dopo una tournee di “Tosca” acclamatissima, con Viglione, Borghese e Marini, in Italia.

     A New York. Claudia Muzio, debutto il 4 dicembre 1916 in “Tosca”. Fu un avvenimento importante, il più importante della Sua carriera poiché le assicurò un posto eminente ed una fama di risonanza mondiale. E tutto ciò appena raggiunta l’età di venticinque anni e con solo cinque anni d’attività.

     Al Metropolitan vi restò ininterrottamente sino al 1922. In questo periodo è da segnalare di preferenza la “Tosca” a fianco di Caruso, la “Ma­non Lescaut” e la “Boheme” di Puccini, i “Pa­gliacci”  di Leoncavallo... ma già si delineava una evoluzione dell'artista verso il genere drammatico con il “Trovatore”e “Aida” ai quali fecero se­guito “Il Profeta”,  l’“Amore dei tre re”  “Il Ta­barro”, dato per la prima volta a New York, “Eugenio Oniegin”, la “Cavalleria Rusticana”, l’“An­drea Chénier”, “Norma”.

     Nel frattempo (1919) esordì al teatro Colón di Buenos Aires ed alla sua prima “Tosca” un critico credette di rivedere in lei Sarah Bernard. Dopo aver lasciato il Metropolitan alternò. Buenos Aires con Chicago, Boston, San Francisco.

     Furono questi Furono questi gli anni di vera ascesa e che la videro protagonista a San Francisco (1924) d'una favolosa “Traviata” con Tito Schipa e De Luca, quelli in cui, dopo la Sua prima stagione a Rio de Janeiro (1926), sì pensò di murare nell'atrio del Teatro Lirico (oggi Municipal), accanto ad una lapide che ricordava il passaggio di Eleonora Duse, un'altra targa recanti parole dedotte dalla lettera di Gabriella Besanzoni: A Claudia Muzio, l'Unica. Furono, questi, gli anni del “Trovatore” e della “Turandot” a fianco del travolgente Lauri Volpi (Buenos Aires 1927)  [Nota personale: La Turandot con Giacomo Lauri Volpi venne eseguita da Claudia Muzio nella stagione 1926]  e quelli dei primi trion­fali ritorni in Patria: “Traviata”, “Trovatore” e “Tosca” al teatro alla Scala con Toscanini, poi “Bohème”, “Tosca”, “Cavalleria Rusticana”, “Aida”, “Forza del Destino”, “Norma” all’Ope­ra di Roma, durante la stagione 1927-28 e 1928-29.

     Nel 1933 cantò una splendida “Loreley” di Ca­talani al Carlo Felice di Genova; “Tosca” al San Carlo di Napoli. All’Opera di Roma, sem­pre nel 1933, una indimenticabile “Forza del De­stino” diretta da Gino Marinuzzi; Indi “Cavalle­ria” diretta da Mascagni e “Tosca” diretta da Santini. Nel 1934, sempre a Roma, “Otello”, “Tra­viata” e la “Norma”. L'ultima! Cantò a Roma ancora in “Cecilia”, di Refice, diretta dall'autore il 1° maggio 1935.

     Nel 1934-35 incise i suoi ultimi dischi e la ve­diamo ancora al Metropolitan di New York per una “Traviata” con Tito Schipa con un intermina­bile ovazione di 20 minuti, dopo ben 10 anni di assenza.

 

     E Claudia Muzio fu veramente l’Unica...

     Voce soave e musicalmente eccezionale per il sentimento che ne animava le vibrazioni, Claudia Muzio poteva esporsi nel cimento delle più sva­riate tessiture: da quelle verdiane, e belliniane al­le assai più diverse degli spartiti veristi. In più si esibiva in molti concerti (specie in America) con

deliziose arie di musica da camera.

Cantare; per Claudia Muzio, non era un eserci­zio professionale ma una necessità della sua vita. Essa doveva cantare per poter vivere. E le sue lun­ghe concentrazioni, il suo auto isolamento, prima di ogni spettacolo, davano come risultato, quando en­trava in scena, l'annullamento della presenza fisica dei suoi compagni d'arte.

     Fu definita la Duse del Bel Canto e Le era giun­to il più significativo elogio proprio dalla divina che le scrisse: “Così si canta in Paradiso”.

     Eleonora Duse l’aveva voluta ascoltare nella “Tosca” per vedere e per rendersi personalmente ragione di un giudizio che evocava l’arte di Sarah Bernhard nella quale Sardou aveva plasmato i caratteri della tragica cantatrice innamorata...

     L'incedere maestoso di Claudia Muzio, il bastone in una mano, il fascio di rose nell'altra da de­porre sull’altare della Madonna, quale segno di omaggio e di fiducioso evento, la figura regale e il portamento di prima donna, che non rinunzia a sè stessa  neanche nella casa del Signore, contribuiva ad accentuare il carattere dell’appassionata Floria che la musica pucciniana così bene accompagnava.

     Dopo il delirio del pubblico entusiasta ed alla fine dello spettacolo, che aveva luogo nel Sud America, Eleonora Duse si era recata nel camerino per abbracciare l’interprete lirica e donarle un proprio ritratto, incorniciato da un filo d’oro, che Claudia Muzio, tenne sempre con sè quale testimonianza dell’incontro fra le due grandi anime!

     Ma dove veramente Claudia Muzio fu insuperabile e perfetta nell’arte sua, è stata nella “Traviata”, da lei ricondotta al vero carattere della protagonista della storia d'amore di Dumas figlio.

     Pur mantenendosi nell'assoluto rispetto della vocalità verdiana, solo la Muzio seppe ritrovare  i palpiti sospirosi e patetici, le vibrazioni, i singhiozzi redentori della grande amatrice avvezza alle raffinatezze del gran monde parisien...

     Molto studiosa e scrupolosa, consultava libri storici, monografie, opere di costume delle epoche, degli avvenimenti nei quali stagliava l’immagine scenica delle sue interpretazioni. Situazioni, rite­nute di poca importanza, acquistavano nella sua interpretazione, forza suggestiva, efficacia ed inte­resse. Il suo accostamento alla Croce nel secondo atto della “Forza del Destino” protraeva con il movimento delle mani verso il sacro simbolo, una struggerne ansia spirituale.

     L'urlo finale del terzo atto del “Chénier” di Giordano, agghiacciavano le platee e non furono mai eguagliati da nessuna interprete...

 

     Bruno Barilli scriveva.

    “Era un'artista al cento per cento, solitaria cir­condata dal silenzio.

      Ma non era una diva.

     Era una donna, una vera donna - intima, schiva e d'una ritrosia quasi tragica.

     Una signora, invisibile.

     Niente di sè, concedeva al mondo, tutto alla scena.

     La sua dedizione all’arte fu totale.

     Nessun riguardo per sè, per la sua salute.

     Se doveva morire sulla scena, moriva, alla let­tera.

     Che altezza lirica, quanta verità a spese del suo povero cuore! Un talento.

     La tristezza canora di Desdemona sciolta in una fatalità limpida, fluiva alla deriva, quale suo pianto modulato pareva giungerci ormai da un irrepara­bile esilio, echeggiante al di là di ogni soglia umana.

     Nel buio teatro il pubblico rapito, sconvolto, palpitante, non aveva più fiato, e l'anima dello spettatore affondava, man mano, in un profumo di morte.

     Tutto era prezioso in lei, nulla di soverchio!

     Intensità sottile, tono fulmineo e fioco di quella umana voce.

     Che risoluzione, che slancio nelle sue entrate in scena, che presa di possesso piena: Una attrice!

     Traviata indimenticabile.

     Colla mollezza imperiosa di tutta l'elastica im­ponenza della sua persona. Claudia Muzio, accompagnava il proprio cantare e moveva cerchio intor­no a sè l'incantevole e spumosa mareggiata della sua crinolina-lieve, barcamenandosi sontuosamente.

     La gran chioma corvina, costellata di gemme, splendeva senza peso sul suo capo come un tesoro astronomico.

     Poi, all'ultimo atto, mentre “tutta Parigi im­pazza” e un clamore altissimo di carnevale batte alle porte chiuse, la rivediamo ancora una volta in uno scorcio fulmineo di festino fra le mense imban­dite che la malinconia minaccia dai tempi di Chopin.

     Dava tutta sè stessa, sempre.

     Sul finir d'ogni recita, stremata - Violetta, Norma o Mimì che fosse, Claudia Muzio, sembrava spegnersi, raggiante.

     Più luce, più canto, più ardore - come un lume cui manca l’olio...

     Viveva in disparte con la madre che era tutto per lei: una vita di silenzio, privata, peripatetica.

     Tuttavia la prima volta che andai a trovarla, dopo la  recita, nel suo camerino ogni sorta di

personaggi eccelsi.

     Nomi illustri, figure spiccate e magnanime non potevano capitare più a proposito in quel fatidico speco riservato al melodramma.

     Claudia Muzio sedeva la, abbandonala sul divano esangue, sorridente, tramortita, fra mazzi di

fiori che ingombravano la console e costumi sgargianti che pesavano, gremiti d'oro, ai ganci delle pareti. Fu l'ultima volta che la vidi. In questo salotto di teatro ricordo specialmente la presenza muta ed austera di sua madre - che era la vigilanza in persona.

     Claudia Muzio non faceva niente senza la mamma.

     Costei l’accompagnava ovunque e vegliava su di lei, a lei continuamente vicina - Enigmatica ombra.

     Questa vecchia dama sempre vestita di nero, sempre chiusa, unica, esclusiva, come sentinella; la figlia e la madre formavano il centro di quella improvvisa adunata. Ed io non potevo fare a meno di ammirare guardandole, la grandezza severa dei loro sentimenti diversi: questa passione struggente, e quella profonda realtà”.

 

     Ultimamente non ebbe la fortuna di Interpre­tare l’“Adriana  Lecouvreur” di Cilea alla quale

si era data con entusiasmo ad intense letture In­torno a quel periodo storico e studi verso il personaggio. Ma all’ultimo momento, nel teatro dell’Opera di Roma nel quale si sarebbe dovuto presentare come Adriana, veniva prescelta, per quella parte, una cantante straniera. Fu questo un grave colpo al suo orgoglio d'artista che forse fra le oscure altre ragioni, determinarono la sua stanchezza morale.

     Malgrado la celebrità mondiale, il suo favoloso trascorrere di trionfo in trionfo, le ingenti somme guadagnate, Claudia Muzio, non aveva saputo col­male il vuoto interiore; non aveva saputo compone il dissidio e l'esigenza sentimentale e spirituale con una qualunque contropartita, sempre appagata l'una, insoddisfatta l'altra.

     All’inizio della sua carriera, suo padre, ottimo regista teatrale, le diceva: “Nel canto, special­mente nell’opera o si trionfa o si perde. Le cantanti mediocri sono detestabili”. Ma dopo il grande suc­cesso del suo debutto ad Arezzo nella “Manon” di Massenet (al posto di una artista malata) Claudia Muzio iniziò la Sua Grande Carriera...

     Negli ultimi tempi aveva superata una crisi mo­rale seguita da un momento di minor splendore vocale: un momento come sempre possono presen­tarsi nella carriera di un'artista. Ma si trattava di un episodio transitorio poiché di li a poco gli entu­siasmi ebbero a rinnovarsi più commossi... ma qualcosa era irrimediabilmente compromesso tra l’arte e la vita per la meravigliosa cantante: una incrina­tura si era riprodotta all'improvviso nella sicurez­za di sè tanto compatta e salda quanto generosa­mente votata al servizio di un ideale di bellezza. Claudia, la divina Claudia, come la chiamava entu­siasticamente il pubblico argentino, spariva silen­ziosamente dalle scene del mondo.

     Giacomo Lauri Volpi la ritrae come  “...grande e felice artista alla ribalta, quanto sventurata nella vita !...”

     Morì, al ritorno di una grande tournèe di Concerti In America, a Roma (Hotel Majestic) di nefrite con le complicazioni del cuore malato ...

     Le esequie di Claudia Muzio risultarono solenni. Un vero plebiscito che accomunò il popolo italiano a quello delle due Americhe cui Claudia Muzio era stata così cara.

     Parteciparono al lutto i più Importanti governi europei ed americani, famiglie regnanti, artisti insigni della scena lirica e drammatica.

     Fu inumala al Verano con una sottoscrizione internazionale che consentì l'erezione del monumento tombale, oggi monumento nazionale, scolpito da S.E. Pietro Canonica che offerse il suo lavoro per la grande Artista!

     Ciò è stato realizzato per la ferma volontà di Mimì Zuccari, fedele amica di Claudia Muzio, ed appassionata musicista, in accordo con Salvador e Carmen Herrasti, allora Presidenti del “Club Claudia Muzio” di Città del Messico, i quali per riconoscenza verso la Zuccari inviarono alla stessa una medaglia d’oro artistica in segno di solidarietà per le grandi difficoltà che la Zuccari ha dovuto superare per raggiungere allo scopo e, per primi, vollero contribuire all’iniziativa.

     In Italia, il tenore Giacomo Lauri Volpi, sempre generoso, fu il primo a sottoscrivere al quale seguirono i colleghi ed ammiratori della grande cantante.

     Offerte giunsero anche da diversi teatri ameri­cani, fra le quali sono da segnalare, per le loro cospicue Somme, quella di Chicago, del Colón di Bue­nos Aires, l'Opera di San Francisco;  quest’ultima fu inaugurala da Claudia Muzio con l'opera “Tos­ca”. In Italia solo il Teatro “alla Scala” sottoscrisse...

 

     Adolfo Berardelli nel trigesimo della scomparsa di Claudia Muzio così si espresse alla Radio Italiana:

     “Un mese fa, nel giorno in cui si celebravano i fasti della Patria, si è sparsa in Roma, in Italia, nel­le lontane Americhe la notizia dolorosa della morte di Claudia Muzio; nessuno voleva credere che una grande luce si fosse spenta. Era giovane ancora, appena quarantadue anni, bellissima, fiorente, anche se da tempo il suo cuore malato, da tutti igno­rato, ne minacciasse la fibra! E la notizia suscitò profondo dolore, e in chi conosceva l'eletta Artista, un vero sgomento !

     Ecco perche mentre oggi la ricordiamo, il nostro cuore non trova che singhiozzi.

     Claudia Muzio, per un lungo periodo, perché ella iniziò la Sua carriera a quindici anni, ha fatto rivivere le gloriose tradizioni del nostro teatro lirico. Ricordava le celebri cantanti di un tempo. Ed era vero! Claudia Muzio aveva uno stile nel canto generoso e purissimo ed una varietà e vivacità espressiva come nessun’altra artista oggi possiede!

     Da molto tempo, sino cioè alle ultime grandi interpreti di “Norma”, il capolavoro belliniano raramente si rappresentava e, talvolta si affidava alla interpretazione di cantanti che non potevano rendere degnamente il difficile personaggio della appassionata sacerdotessa di Irmisul.

      La insigne Artista fu la sola che nella “Norma”ha saputo così, dal punto di vista vocale, come da quello drammatico, rimanere irreprensibile nella linea rigorosa del personaggio. E non diversamente. Ella fu innarivabile nelle interpretazioni di Violetta, Tosca, Aida, Eleonora, Mimì, Santuzza, Maddalena, Fiamma, Cecilia.

     Le creature che Claudia Muzio ha interpretato, ch'erano quelle della vita. Ella le ha raccolte, le ha scrutate in tutti i suoi profondi meandri dei loro cuori, senza ricorrere in peccato di esagerazioni e di trascuranza; ha dato alle Sue creature essenza vitale, e seguendo un piano psicologico misurato ed impeccabile è riuscita in nobile dignità d'intento ad affrontare le più ardue battaglie.

     Aveva il segreto d'innamorare, di soggiogare i pubblici. Chi si ricorda l’emozione che il Suo canto suscitò ed il brivido che il Suo pianto produsse nel finale del terzo atto dell'”Andrea Chénier”? Commovendo i cuori. Ella fece apparire sempre più vi­va, nella memoria e d'innanzi agli occhi, la figura indimenticabile di Eleonora Duse.

     Più volte fu chiesto chi fosse stato il maestro sulla scena. Nessuno! Solo il suo gran cuore d'arti­sta, cosi disposto per natura a vibrare d'innanzi alle più intime pulsazioni della sofferenza umana ed alle più sottili e delicate manifestazioni del bello.

     Fu artista istintiva e perciò emotiva: amava la sensibilità sviluppata in sommo grado: era di quelle che sentivano e facevano sentire. Partecipare la propria commozione al pubblico è la poesia supre­ma dell'Arte.

     Per ravvivare il colore di una frase, per infon­dere il chiaro-scuro ad una semplice melodia, adoperava le Sue inimitabili filature, che sembravano sospiri paradisiaci.

     Fu temperamento variabile e geniale, di cui era testimonianza il più vasto repertorio dalla “Nor­ma” alla “Traviata”, al “Trovatore” all’”Aida”; dalla “Forza del Destino”, all’”Andrea Chénier”; dalla “Cavalleria Rusticana”, alla “Bohème”, alla “Tosca”, alla “Loreley”,  alla “Fiamma”, alla “Ce­cilia” che Lei ha creato nel 1934.

     In tutte le opere in cui fu protagonista, giganteggiò, non solo per il Suo canto perfetto, ma per

le Sue interpretazioni che furono veramente nobi­li e commoventi.

     Era nata per l'Arte e fin da bambina si fece ammirare per il senso musicale, suonando splendidamente l’arpa ed il pianoforte e, dotata di voce bellissima, assai giovane si affermò nel Teatro lirico, dove presto fu astro di prima grandezza così che nella sua Patria come all'estero, ambasciatrice meravigliosa della più superba italianità.

     Il suo cammino è di quelli che lasciano un’orma incancellabile, Claudia Muzio ha profuso tanto bene alle anime che il Suo nome passerà per viali fioriti dell’Arte, sempre celebrata. Ebbe medaglia d’oro per benemerenze patriottiche. Poiché era veramente un’eletta fu grande signora, amica e protettrice a chi all'Arte si dedicava. Il suo labbro non conobbe che parole dolci, incitatrici, confortatrici e perciò donna incantevole, grande artista, sublime impareg­giabile.

      Passò adorata, forse..., quasi mai invidiata.

     Ecco perche ora tutti la rimpiangono, portando viva in noi la Sua memoria, per il bene che ci ha elargito col suo canto divino, per la Sua bontà, per le lacrime che ci ha fatte versare, per i balsami che ha offerto al nostro spirito, per l'amore e la fede che in tutti, con la vibrante dolcezza della voce Sua, ci ha ispirato.

     La religione delle memorie che serve a rendere migliori le anime nostre, è l'unica vera poesia che ci rimane nella vita!”

 

     Tre anni dopo, il 23 maggio 1939, dopo l'inaugurazione del Monumento al Verano l'Accademico d'Italia Lucio D'Ambra commemorò alla Radio Ita­liana Claudia Muzio con la seguente conversazione:

 

“I poeti per chi ben li conosca e li ricordi, ci seguono dappertutto. Ed io ho commemorato Claudia Muzio con le strofe che Alfredo De Musset scrisse per Maria Malibran. Lamentava De Musset, quella labilità del rimpianto per cui una morte recente, dopo il primo dolore, par già una vecchia notizia e aggiungeva:

 

               Di tanti dolci accordi d’un divin strumento

               non ci resta un sospiro, non un eco lontano...

 

     E chiede alla Malibran che deliranti folle acclamavano in serate trionfali dove sono andati

 

               quegli amorosi canti tra la grazia e il terrore

               che volavan la sera sul suo labbro spirato,

               tale un lieve profumo sul biancospino in fiore.

               Dove mai vibra adesso la voce disperata,

               la grande arpa vivente che al cuor t’era legata?

 

     Così cantava Alfredo De Musset, or sono cento anni, per Maria Malibran, morta nel 1836. Esattamente un secolo dopo doveva morire a Roma, pianta e compianta dal mondo intero, un’altra gloria del canto italiano, Claudia Muzio, la “divina Claudia” (24 maggio 1936). L’hanno onorata recentemente, inaugurando al “Verano” la sua sepoltura che vollero, ad eterna memoria donarle i suoi compagni d’arte, i suoi amici, i suoi ammiratori. In questa sepoltura Claudia Muzio è raffigurata nel marmo da uno dei principi della scultura italiana, l’Accademico d’Italia Pietro Canonica.

     Rivedo Claudia Muzio quale vidi, tante sere, sul palcoscenico dell’Opera, nelle grandi eroine appassionate alle quali più convivevano la Sua imponente e statuaria bellezza e la lirica drammaticità del suo canto. E la rivedo, mentre la Sua voce domina meravigliosamente la sala e ascende al cielo, la rivedo stupenda attrice, in gran stile, di sicura esperienza, necessario alla durata delle sue minori resistenze, il risparmio d'ogni sforzo, il riposo del cuore tranquillo. Ma, prodiga di sè, sfidava la morte cantan­do, meravigliosa Falena, bruciava la sua vita sera per sera, sui lumi della ribalta. E ancora ritornano da De Musset versi alla Malibran che noi possiamo ripetere per Claudio Muzio.

 

               Ogni sera, nei canti, sembravi impallidire

              e, nel corpo ferito concentrando il tuo genio

              contemplavi anche tu la Malibran morire...

 

Anche Claudia Muzio dal cuore condannato concentrando nel corpo ferito il suo canto sublime, si guardò a lungo morire. Ma non pensò, forse, come la Malibran, che all'ultima nota seguita dall'ultimo applauso, tutto di lei caduca regina, si sarebbe spen­to con la voce e sarebbe morto con la morte, nello spazio e nel tempo. Aveva inciso sui dischi - gran­di opere, musica da camera - molti dei suoi canti; i più ardenti del teatro ed i più sapienti del piano­forte, cosi il formidabile grido, come il delicato sospiro. E Claudia Muzio, che tanto aveva cantato davanti alle immense folle nelle stipate platee del mondo, si sentì cantare dai dischi in una scatola, dentro una stanza chiusa, lei sola ascoltando se stessa. E poté dire allora anche lei come i poeti e i pittori di cui parlava De Musset:

 

               Non tutto muore in me con il mio morire

 

Che anche il canto sublime ha adesso trovato il modo di durare nel tempo e Claudia Muzio, morta, è immortale!”

 

     Claudia Muzio guardò con una certa diffidenza al disco benché avesse inizialmente inciso molto con la Edison in America e in Francia con la Pathé. Essa si rendeva conto che nella sua personalità, l’espressione scenica, giunta in quegli anni ad una stupefacente intensità di raffigurazione, costituiva un tutto unico con quella vocale.

     Questi scrupoli scomparvero in seguito e fortunatamente acconsentì alla richiesta della “Columbia”, soltanto nell’anno 1934-35 e ciò fu grazie all’intervento della Zuccari che la Muzio accettò la richiesta inoltrata dalla “Columbia”. Sono gli ultimi dischi importanti, in parte fissati solo pezzi d’opera in un disco della collana “Le grandi incisioni del Secolo” (Columbia 101). Non si comprende come non si possano oggi trovare dischi, pezzi di concerto della Muzio incisi dalla Columbia e i due pezzi della “Cecilia” (annuncio e morte) diretta dall’autore Maestro Refice, nel 1935! Ciò è un grave danno per i giovani cantanti che si preparano a divenire degli artisti, ma è ancor più grave il fatto che si voglia deliberatamente dimenticare certe voci dei tempi passati: Ugole d’oro ed immortali!

M. L.

 

Il presente articolo è stato, in parte, ricavato da pubblicazioni avvenute parecchi anni or sono a firma R. Celletti e M. Morini. (N.d.R.)

 

Tratto da un articolo pubblicato sul numero del maggio 1966 della rivista MONDO LIRICO.

 

[Nota personale: i dischi qui all’epoca indicati come introvabili, sono oggi resi disponibili in due CD dalla casa discografica “Romophone”nel cofanetto “Claudia Muzio - The complete Columbia recordings - 1934/35].

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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