Ettore Bastianini - Cronache

 

IL TROVATORE

Festival di Salisburgo 31 luglio 1962
 
Il Trovatore senza tempo di Karajan con i Berl
iner Philharmoniker e cantanti da Corelli alla Price, dalla Simionato a Bastianini.
 

Sulla base della regola di Furtwaengler che afferma che il teatro migliore è quello con la performance migliore, il nuovo Festspielhaus deve essere stato il miglior teatro del mondo la notte in cui Herbert von Karajan azzardò il lavoro di Verdi considerato dagli imbrattacarte un cavallo di battaglia sfinito, Il Trovatore. 
Egli aveva i Berliner Philharmoniker, il coro della Staatsoper di Vienna e il coro da camera del Festival. Aveva una formidabile nuova produzione di Teo Otto, completata dai magnifici costumi di Georges Wakhewitch - una produzione così efficacemente progettata che è volata come il vento con un solo intervallo. Inoltre egli aveva Franco Corelli come Manrico, Leontyne Price come Leonora, Giulietta Simionato come Azucena ed Ettore Bastianini nei panni del minaccioso Conte di Luna.
Quando questi quattro artisti vennero alla ribalta si scossero le travi del teatro e un impaurito impresario parigino disse: "persino le travi costano 12.000 dollari".
È stata una serata gloriosa - una di quelle incantevoli esperienze quando ogni delusione svanisce, e tutto ciò che è minuzioso è utile. Ha dimostrato cosa può fare un uomo di enorme talento, se è provvisto di una volontà di ferro.
A quali grandi costi Karajan impose questo fantastico sforzo probabilmente non lo saprò mai. Io so che questo Trovatore e il Requiem di Verdi diretti da Karajan hanno reso questo soggiorno a Salisburgo irresistibile ed incancellabile.
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Da qualsiasi parte si voglia incominciare, tutto riporta all'esile gesto di un uomo nella buca dell'Orchestra, un uomo che sembra persuadere, che ti trasmette i comandi attraverso l'orecchio e l'occhio.
Prendete per esempio l'entrata in scena dei Berliner Philharmoniker a Salisburgo. È la sua orchestra ed è magnifica in Verdi. Qui come nel Requiem sentite la forza e la gloria, ma anche il gusto piccante che è la costante forza nascosta, la grande mente al lavoro - ciò che Giorgio Polacco, che valutò pienamente Il Trovatore, era solito chiamare il cervello e il sangue della musica.
L'ascolto. Ricordo varie cose, non per ultime le parole di Furtwaengler: "anche se amo di più i Wiener Philharmoniker, i Berliner sono il mio braccio destro".
Prendete la scena. È realmente più grande, credo - per quanto riguada le dimensioni, di McCormick Place, quando è aperto in tutta la sua enorme ampiezza, anche se quest'ultimo molto probabilmente è più profondo. La scena del Trovatore la riempiva però con il flusso di immaginazione illuminato nel crepuscolo. Il giardino sembra di Corot, con una distesa d'erba chiazzata dalla luna. Le grandi fortezze spagnole sono seminascoste nella notte, grandi tende definiscono un incontro al castello, plotoni di soldati in bellissime armature e costumi dalle lunghe gonne rendono onore ai colori splendenti, un accenno di mura sbarrate ti fa dimenticare che nessun castello gettava i propri prigionieri in prigioni così spaziose.
È una specie di trionfo sullo spazio, poiché usa lo spazio in uno stile così audacemente fantasioso, e fuori dagli schemi, che, una volta creato, è senza limiti di spostamento. Questo Trovatore può essere trasportato in tutta la sua grandezza e portato a costi in confronto bassi.
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Che la intuizione musicale di Karajan sia qui avvenieristica non è una sorpresa dopo il Requiem, soltanto il piacere più profondo. Neppure che la sua messa in scena della performance sia così semplice e corretta è una sorpresa, poiché deriva onestà dalla musica. Non c'è niente di ridicolo nel Trovatore quando si riversa in tutta la gloria Verdiana.
Fa esattamente questo per la maggior parte del tempo. Il Manrico di Corelli è ineguagliabile ai nostri giorni in quel timbro così grande e brillante, e allo stesso tempo così soave e italiano. Un uomo alto e bello che portava superbamente i costumi scuri e luccicanti di Wakhevitch, ha dominato l'Orchestra senza sforzo alcuno, e nell'Atto del tenore dubito che possiate trovare un suo rivale nello splendore che porta l'amore nella brillante sfida di "Di quella Pira".
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La Price è alta e bella, avvolta in un grande abito scuro con un'alta gorgiera ad incorniciarle il viso.
Lei non è il soprano drammatico Rosa Raisa che emetteva l'intera gamma di suoni svettando in tutto il grande teatro, ma è un lirico spinto che può farvi ricordare la Callas. Il fraseggio, la purezza dei suoni, le precise e pungenti scale cromatiche, gli improvvisi, audaci voli nella stratosfera - è magnifica specialmente nella scena della prigione.
L'Azucena della Simionato è a ragione famosa in tutto il mondo, ma io non l'avevo mai sentita cantare così questa parte prima d'ora. La sua voce appare senza limiti, una meraviglia di splendente opulenza, che brilla nel crepuscolo, con tutta la forza e il potere del mondo, e con il suo caratteristico colore che ti fa trattenere il respiro.
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La bellezza della luminosa voce di baritono di Bastianini non è un segreto. Quando è in serata ha ben pochi rivali. Questa volta tutti dovevano essere in serata. Una figura impressionante nei suoi sbalorditivi costumi, egli ha lasciato che la delicatezza della musica del Conte di Luna mostrasse la propria essenza, che sta più nell'alterigia della casta spagnola che in un'essenza impetuosa e sanguinaria. Era da molto tempo che "Il Balen" non veniva reso così.
Il Ferrando di Nicola Zaccaria è buono ma distaccato. Questo Trovatore aveva bisogno di un Lazzari dei tempi antichi, o di un Nicolai Gjauroff [sic!] (il superbo giovane basso che ha cantato nel Requiem) dei giorni nostri. Questo perché in una serata in cui lo standard è così spettacolare essere soltanto competenti non basta.
Una performance del genere può dare delusioni o grandezza, probabilmente da essere mostrati in futuro. Chiamatela speciale, un esempio isolato di cosa può accadere e qualche volta succede.
Chiamatela qualche cosa da ricordare per tutta la vita, da appendere nella galleria delle grandi cose, per sottolineare una convinzione lunga tutta la vita che le cose migliori sono degne di essere difese combattendo, qualunque sia il valoroso colpito in battaglia.
E paghiamo un tributo a Karajan, perché quando un uomo esige così tanto dagli altri, egli esige ancora di più da se stesso.

Traduzione dall'inglese di: Alessandro Branchi

Express

Intervista a Ettore Bastianini

 

 

La voce non è eterna.

 

Ingaggi astronomici, applausi, ammiratori davanti al camerino, che vita meravigliosa ha una stella di fama mondiale! Naturalmente essa può adirarsi col direttore, qualche volta anche coi colleghi - ciò lo si legge sui giornali. Se uno è un suo fan, soprattutto della sua vita privata, sa anche che la stella guida una Porsche o una Jaguar e che ha una dimora di sogno al lago Starnberg o di Lugano. E inoltre si sa anche come la stella è stata scoperta e come essa è diventata “lei” o “lui”. Quale vita abbia inizio poi per la stella per lo più il pubblico non lo vuol sapere, anche al cinema infatti si aspetta solo il lieto fine. La quotidianità ce l’abbiamo a casa.

Non vorrei scambiare con nessuna stella mondiale questa quotidianità.

Non vorrei parlare affatto dello sguardo preoccupato sulla bilancia e sul tempo. Piuttosto invece del nervosismo, del batticuore e dell’ansia prima dell’entrata in scena, perché si deve riuscire non solo a difendere la propria fama ma a dimostrare cose nuove.

E naturalmente diventa sempre più difficile perché anche la stella diventa più anziana. Qualche volta si ammala - spiritualmente o fisicamente - e allora si parla di una crisi.

Un lungo preambolo per un’intervista, lo so. Ma adesso siamo arrivati al tema: alla cosiddetta crisi di Ettore Bastianini, “il baritono più bello con la voce più bella”, come dicevano entusiasti di lui i suoi ammiratori. E lo hanno fatto per vent’anni. Poiché egli era appena maggiorenne quando lo si scoprì e fu ingaggiato per una prova canora. E per vent’anni fu una stella, come viene riportato, e talvolta anche con le sgarberie di una stella.

Ma quando era alla ribalta e cantava le romanze in pubblico con la sua voce vellutata, gli si perdonava tutto. Un giorno però accadde qualcosa di terribile. Dopo una rappresentazione alla Scala lo si fischiò. Il giorno seguente si poteva leggere sulla stampa che durante un intervallo gli avevano comunicato che sua madre era morta. Ma questo non potè più aiutarlo: aveva avuto il suo “shock”. Egli non capì che si può cadere così velocemente in disgrazia. Ciò succedeva più di due anni (NdR probabilmente doveva scrivere mesi) prima della première del Trovatore a Salisburgo. Egli nel frattempo si era così ripreso da poter continuare a sostenere il suo ruolo di beniamino; le ammiratrici stazionavano giorno e notte attorno all’hotel Bristol di Salisburgo. Io mi indispettii quando alla mia domanda perché egli sulla scena non tentava di recitare, mi rispose: ”Perché io risparmio le mie forze per dopo la rappresentazione”.

Mi arrabbiai solo per poco, perché avevo imparato a guardare oltre la facciata. Non sarebbe stata necessaria l’assicurazione della proprietaria dell’hotel - detta la generalessa - che egli non era “per niente così”. Nei due anni successivi si sentì poi sempre di nuovo della crisi di Bastianini, solo gli intimi potevano dar notizie di una grave malattia. E sulla scena si vide un Bastianini del tutto diverso: il fermo baritono tutt’ad un tratto recitava, era partecipe e aveva un’altra voce. E se prima ci si arrabbiava per la nonchalance con cui sorvolava sulle sue distonie, ora invece si sentiva compassione quando una volta o due la sua voce gli venne a mancare. Paura e compassione. Le esigenze del teatro. Ma adempierle non era riuscito al cantante, che interpreta un destino scenico…

In un intervallo del Don Carlo alla Staatsoper la domenica scorsa trovai la “generalessa”. ”Che succede a Bastianini?” le chiesi. ”Lo chieda a lui stesso” fu la sua risposta e ci invitò entrambi ad una spaghettata. Ella sapeva dell’intervista, lo sapevo io, solo Bastianini lo ignorava. Così per me fu possibile apprendere la storia dei due anni precedenti. Quando gli chiesi se potevo scriverlo si spaventò. ”Non voglio avere alcuna scusante di fronte al pubblico. Il pubblico paga e ha il diritto di trovarmi buono o cattivo. Il perché io sono buono o cattivo o quant’altro non interessa il pubblico”. Gli ribattei subito e gli feci riflettere se per lui sarebbe stato più facile se il pubblico conoscesse la verità. ”Scriva che sono invecchiato e che la voce non è eterna”, disse un Bastianini più serio e del tutto mutato. “Se dovessi ritornare l’anno prossimo ne parleremo ancora. Perché allora o sono il Bastianini di prima, o uno nuovo che il pubblico può accettare. Sebbene sarebbe per me una tragedia, sarò il primo a decidere di smettere se è necessario. Sono venuto dal nulla, ho avuto vent’anni per sfruttare la vita e tornerò nel nulla. Naturalmente non vorrei avere preoccupazioni, ma…”. Scosse le spalle ”tutto o niente. Lei capisce che lo devo tentare”.

Perciò oggi canta anche il ruolo di Tonio. ”Ha timore?” mi chiede sorridendo. ”No”, gli dico. Perché ora capisco che egli deve farlo se vuol riguadagnare la fiducia in se stesso. Ora perciò in via eccezionale il pubblico dovrà stare davanti a un cantante che con tutta la sua forza tenta di superare un colpo del destino.

Ma sarebbe certo la prima volta che il pubblico di Vienna lascia in asso uno dei suoi beniamini.

 

 

Hermi Löbl

ANNIVERSARIO

Ettore Bastianini, voce di bronzo e velluto

 

Aveva 44 anni e un timbro tra i più belli del '900: emozionava per calore, potenza e morbidezza. Il baritono toscano morì il 25 gennaio 1967 a Sirmione. Non si operò di cancro alla faringe

 

Al di là dell'allusione operisti­ca, non è un caso se l'ultimo libro dedicato a Ettore Bastianini si intitola semplicemen­te «Egli ci fu rapito... ». Deve essere stato ciò che i meloma­ni hanno pensato cinquant'anni fa nell'apprendere che, il 25 gennaio 1967, il grande baritono toscano si era spento a Sirmione appe­na quarantaquattrenne. Se da un lato provoca amarezza il fatto che il possessore di una delle voci baritonali più belle del Novecento (capace di emozionare il pubblico gra­zie a un inconfondibile con­nubio di calore, potenza, mor­bidezza e nobiltà, tanto da es­sere giustamente definita «di bronzo e velluto») in vita sia stato bersaglio di aspre criti­che e che ancora oggi certi ari­di vivi sezionatori del canto si ostinino a giudicarlo un inter­prete sopravvalutato, dall'altro commuove appren­dere che a costargli la vita fu proprio la scelta di tutelare quel dono impareggiabile. In­fatti, quando nel 1962 gli ven­ne diagnosticato un cancro al­la faringe, Ettore scelse di non operarsi perché l'unico intervento in grado di salvar­lo gli avrebbe precluso qualunque possibilità di conti­nuare a cantare. A un amico scrisse: «Non temo nulla, in questi momenti, se non - è più forte di me - dover resta­re io senza la voce. Solo così non potrei più dare nulla agli altri e gli altri a me». Purtrop­po ogni speranza di prolunga­re la carriera si rivelò vana e nel 1965 Bastianini fu costret­to a dare l'addio alle scene. Fe­dele alla propria abituale ri­servatezza, non avvisò nessu­no del male che lo stava con­sumando, se non gli amici più stretti. Chi lo vedeva sem­pre come un modello di salu­te e vigore era convinto che volesse solo concedersi una meritata pausa: anche per questo la sua morte fu un ve­ro shock.

Nato il 24 settembre 1922 a Siena nella Contrada della Pantera (della quale divenne Capitano nel 1959), Bastiani­ni esordì come basso nel 1945 (il suo primo ruolo fu Colline nella «Bohème» a Ra­venna) per poi passare al regi­stro baritonale nel 1952 sotto la guida del maestro Luciano Bettarini, specializzandosi nel repertorio ottocentesco, con una particolare predile­zione per quello verdiano. La ricchezza e la bellezza del tim­bro gli consentirono di spa­ziare dal Bel canto al Veri­smo e di calcare con successo i più importanti palchi d'Ita­lia (la Scala, l'Arena, La Feni­ce, il San Carlo, il Regio di Parma) e del mondo (dall'Europa all'America, si­no al Giappone), dai quali non sarebbe mai stato dimen­ticato.

 

Angela Bosetto

 

Tratto dal quotidiano L’ARENA DI VERONA del 25 gennaio 2017

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